Com’è morto Vittorio Emanuele II

A fine dicembre dell’anno 1877 Vittorio Emanuele II, amante della caccia ma delicato di polmoni, passò una notte all’addiaccio presso il lago nella sua tenuta di caccia laziale; l’umidità di quell’ambiente gli risultò fatale. Secondo altri storici le febbri che portarono alla morte Vittorio Emanuele erano invece febbri malariche, contratte proprio andando a caccia nelle zone paludose del Lazio.

La sera del 5 gennaio 1878, dopo aver inviato un telegramma alla famiglia di Alfonso La Marmora, da poco scomparso, Vittorio Emanuele II avvertì forti brividi di febbre. Il 7 gennaio venne divulgata la notizia delle gravi condizioni del Re. Papa Pio IX, quando seppe della ormai imminente scomparsa del sovrano, volle inviare al Quirinale monsignor Marinelli, incaricato forse di riceverne una ritrattazione e di accordare al Re morente i sacramenti, ma il prelato non fu ricevuto. Il Re ricevette gli ultimi sacramenti dalle mani del suo cappellano, monsignor d’Anzino, che si era rifiutato di introdurre Marinelli al suo capezzale, poiché si temeva che dietro l’azione di Pio IX si nascondessero degli scopi segreti.

Quando il medico gli chiese se voleva vedere il confessore, il Re ebbe un iniziale trasalimento, per poi dire «Ho capito» e autorizzare l’ingresso del cappellano, il quale rimase con Vittorio Emanuele II una ventina di minuti e andò alla parrocchia di San Vincenzo per prendere il viatico. Il parroco disse di non essere autorizzato a darglielo e per rimuovere la sua resistenza fu necessario l’intervento del vicario. Vittorio Emanuele II non perse mai conoscenza e rimase conscio fino all’ultimo, volendo morire da re: rantolante, si fece trarre sui cuscini, si buttò sulle spalle una giacca grigia da caccia e lasciò sfilare ai piedi del letto tutti i dignitari di corte salutandoli uno per uno con un cenno della testa. Infine chiese di restare solo con i principi Umberto e Margherita, ma all’ultimo fece introdurre anche Emanuele, il figlio avuto dalla Bela Rosin, che per la prima volta si trovò di fronte al fratellastro Umberto, che non aveva mai voluto incontrarlo.

Il 9 gennaio, alle ore 14:30, il Re morì dopo 28 anni e 9 mesi di regno, assistito dai figli ma non dalla moglie morganatica, cui fu impedito di recarsi al capezzale dai ministri del Regno. Poco più di due mesi dopo avrebbe compiuto 58 anni.

La commozione che investì il Regno fu unanime e i titoli dei giornali la espressero facendo uso della retorica tipica del periodo; Il Piccolo di Napoli titolò “È morto il più valoroso dei Maccabei, è morto il leone di Israele, è morto il Veltro dantesco, è morta la provvidenza della nostra casa. Piangete, o cento città d’Italia! piangete a singhiozzo, o cittadini!”. “Chi sapeva, o gran re, di amarti tanto?” scrisse il poeta romano Fabio Nannarelli; perfino Felice Cavallotti, co-fondatore dell’Estrema sinistra storica espresse il proprio cordoglio al nuovo re Umberto I. Tutta la stampa, compresa quella straniera, fu unanime nel cordoglio (ma giornali austriaci Neue Freie Presse e il Morgen Post non si unirono, com’era prevedibile, al lutto). L’Osservatore Romano scrisse: “Il re ha ricevuto i Santi Sacramenti dichiarando di domandare perdono al Papa dei torti di cui si era reso responsabile”. L’Agenzia Stefani smentì immediatamente, ma la Curia smentì la smentita: la stampa laica insorse giungendo ad appellare Pio IX “avvoltoio” e accusandolo di “infame speculazione sul segreto confessionale”; quella che avrebbe potuto essere un’occasione di distensione si produsse, così, in un’ennesima polemica.

Edmondo De Amicis fece così descrivere il funerale ai giovani personaggi del suo libro Cuore:

«…ottanta veli neri caddero, cento medaglie urtarono contro la cassa, e quello strepito sonoro e confuso, che rimescolò il sangue di tutti, fu come il suono di mille voci umane che dicessero tutte insieme: – Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché splenderà il sole sopra l’Italia.-»
 

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