Com’è morto San Pietro

Pietro venne arrestato a seguito della persecuzione neroniana e secondo antiche tradizioni rinchiuso, insieme con Paolo, all’interno del Carcere Mamertino (dove poi sorse la chiesa di “San Pietro in Carcere”) dove i due carcerieri, destinati a diventare i santi Processo e Martiniano, vedendo i miracoli operati dai due apostoli, chiesero il battesimo. Allora Pietro, facendo un segno di croce verso la Rupe Tarpea, riuscì a farne scaturire dell’acqua e con essa battezzò i due carcerieri che subito dopo aprirono loro le porte per invitarli alla fuga, venendo però scoperti e giustiziati. La leggenda non sembra però fondata, perché il carcere Mamertino era destinato a prigionieri che si dovevano custodire con attenzione (basti pensare a Giugurta e Vercingetorige) e non certo a un uomo come l’apostolo, uno dei tanti immigrati nella capitale dell’Impero, a meno che Nerone non lo ritenesse talmente pericoloso da scatenare una rivolta negli ambienti della comunità cristiana. Benché non esistano prove certe della permanenza dei due nel carcere, la tradizione è comunque molto antica e la trasformazione del carcere in chiesa si fa risalire al IV secolo per volere di papa Silvestro I.

Fuggito dal carcere, Pietro si diresse verso la via Appia, ferito per la stretta delle catene. Nei pressi delle terme di Caracalla secondo la tradizione avrebbe perso la fascia che gli stringeva una gamba, oggi custodita nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo, detta appunto “in fasciola”. Anche in questa versione ricorre l’episodio, già riportato, relativo all’incontro lungo la via Appia con il Maestro, che lo invitò a tornare a Roma per morirvi martire.

Catturato nuovamente dai soldati dell’imperatore venne crocifisso, secondo la tradizione trasmessa da Girolamo, Tertulliano, Eusebio e Origene, a testa in giù per sua stessa richiesta fra il 64, anno dell’incendio di Roma e dell’inizio della persecuzione anti-cristiana di Nerone, e il 67, benché l’autenticità di tale evento sia ancora oggi fonte di grande dibattito fra gli studiosi della Bibbia, di matrice fondamentalmente atea.

Un punto abbastanza controverso è poi la questione se Pietro e Paolo siano stati martirizzati nello stesso giorno e nello stesso anno. Il Martirologio Romano, i Sinassari delle Chiese orientali, nonché il Decretum Gelasianum del V secolo affermano: «Non in un giorno diverso, come vanno blaterando gli eretici, ma nello stesso tempo e nello stesso giorno Paolo fu con Pietro coronato di morte gloriosa nella città di Roma sotto l’imperatore Nerone», fissandone quindi la data al 29 giugno 67.

La tradizione sulla presenza e martirio di Pietro a Roma è abbastanza ben radicata; a questo si aggiunge il fatto che nessun’altra Chiesa ha rivendicato la morte di Pietro. Tuttavia, si è osservato che la tradizione appare in forma scritta solo alla fine del II secolo, e l’identificazione di Pietro come primo vescovo di Roma compare nella letteratura solo all’inizio del III secolo; inoltre né Clemente (96 d.C.) né Ignazio di Antiochia (circa 100 d.C.) confermano esplicitamente il martirio di Pietro a Roma, anche se la cosa potrebbe spiegarsi con il fatto che la cosa era nota a tutti.

A sostegno della presenza di Pietro a Roma si pronunciano anche importanti storici di area protestante; tra questi il teologo e storico protestante Adolf von Harnack che si espresse con queste parole: “Il martirio di S. Pietro a Roma è stato negato dai tendenziosi pregiudizi protestanti e in seguito dai preconcetti dei critici partigiani… Non vi è studioso che attualmente esiti a riconoscere che questo fu un errore”. Anche il teologo luterano e storico Oscar Cullmann, pur negando il concetto di successione apostolica, non nega che Pietro sia stato a Roma e lì sia stato martirizzato.

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