Com’è morto Girolamo Savonarola

Nel 1498 il partito dei Medici, i signori di Firenze, fece arrestare Savonarola e processare per eresia. La cattura del frate, barricatosi coi confratelli in San Marco, fu particolarmente cruenta: la domenica degli Ulivi il convento fu assediato dai “palleschi”, i fautori del partito mediceo e antisavonaroliano, mentre la campana “Piagnona” suonava invano a martello; la porta del convento fu messa a fuoco e il convento preso d’assalto per tutta la notte, con scontri tra i frati e gli assalitori. In piena notte Savonarola fu catturato e trascinato fuori dal convento con fra Domenico Buonvicini, attraversando al lume delle torce via Larga verso palazzo Vecchio, dove entrò per il portello. Nel chinarsi un armigero gli calciò il fondo schiena schernendolo: “Ve’ dove gli ha la profezia!”.

Fu rinchiuso nell'”Alberghetto”, la cella nella torre di Arnolfo e subì interrogatori e torture. Il processo fu palesemente manipolato: Savonarola subì la tortura della corda, quella del fuoco sotto i piedi e fu quindi posto per un’intera giornata sul cavalletto, riportando lussazioni su tutto il corpo. Alla fine venne condannato a essere bruciato in piazza della Signoria con due suoi confratelli, Domenico Buonvicini, da Pescia, e Silvestro Maruffi, da Firenze.

All’alba del 23 maggio 1498, alla vigilia dell’Ascensione, dopo aver passato la notte di conforto con i Battuti Neri della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio, i tre religiosi, ascoltata la messa nella cappella dei Priori nel palazzo della Signoria, furono condotti sull’arengario del palazzo stesso dove subirono la degradazione da parte del Tribunale del Vescovo. Nello stesso luogo vi erano anche il Tribunale dei Commissari Apostolici e quello del Gonfaloniere e dei Signori Otto di Guardia e Balìa, questi ultimi i soli che potevano decidere sulla condanna. Dopo la degradazione e la rimozione dell’abito domenicano i tre frati furono avviati verso il patibolo, innalzato nei pressi dove poi sorgerà la fontana del Nettuno e collegato all’arengario del palazzo da una passerella alta quasi due metri da terra. La forca, alta cinque metri, si ergeva su una catasta di legna e scope cosparse di polvere da sparo per bombarde. Fanciulli accovacciati sotto la passerella, come accadeva di frequente durante le esecuzioni, ferivano le piante dei piedi al passare dei condannati con stecchi di legno appuntiti. Vestito di una semplice tunica di lana bianca Savonarola fu impiccato dopo fra Silvestro e fra Domenico. Fra le urla della folla fu appiccato il fuoco a quella catasta che in breve fiammeggiò violentemente, bruciando i corpi oramai senza vita degli impiccati. Nel bruciare un braccio del Savonarola si staccò, e la mano destra parve alzarsi con due dita dritte, come se volesse “benedire l’ingrato popolo fiorentino”.

Le ceneri dei tre frati, del palco e d’ogni cosa arsa furono portate via con delle carrette e gettate in Arno dal Ponte Vecchio, anche per evitare che venissero sottratte e fatte oggetto di venerazione da parte dei molti seguaci del Savonarola mescolati fra la folla. Dice infatti il Bargellini che “ci furono gentildonne, vestite da serve, che vennero sulla piazza con vasi di rame a raccogliere la cenere calda, dicendo di volerla usare per il loro bucato”. In effetti fu rinvenuto un dito bruciacchiato e il collare in ferro che aveva sorretto il corpo, che da allora sono conservati nel monastero di San Vincenzo a Prato[5]. La mattina dopo, come già detto, il luogo dove avvenne l’esecuzione apparve tutto coperto di fiori, di foglie di palma e di petali di rose. Nottetempo, mani pietose avevano così voluto rendere omaggio alla memoria dell’ascetico predicatore, dando inizio alla tradizione che dura tuttora. Il punto esatto nel quale avvenne il martirio e oggi avviene la Fiorita era indicato da un tassello di marmo, già esistente, dove veniva collocato il “Saracino” quando si correva la giostra. Questo lo si deduce da “Firenze illustrata” di Del Migliore, il quale così scrive: “alcuni cittadini mandavano a fiorire ben di notte, in su l’ora addormentata, quel luogo per l’appunto dove fu piantato lo stile; che v’è per segno un tassello di marmo poco lontano dalla fonte”.

Al posto dell’antico tassello per il gioco del Saracino, v’è attualmente la lapide circolare che ricorda il punto preciso dove fu impiccato e arso “frate Hieronimo”. La lapide, in granito rosso, porta un’iscrizione in caratteri bronzei. Molti anni dopo la sua scomparsa, il termine Savonarola divenne un aggettivo di connotazione dispregiativa o ironica che sta a indicare una persona che si scaglia con veemenza contro il degrado morale: il repubblicano Ugo La Malfa per esempio venne soprannominato “Il Savonarola della politica”. Il Museo nazionale di San Marco a Firenze conserva numerose memorie del frate.

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