Com’è morto Carlo Magno

Gli ultimi anni di vita di Carlo Magno sono stati visti come un periodo di declino, a causa del peggioramento delle condizioni fisiche del sovrano che aveva ormai perso il vigore della giovinezza e, stanco nel fisico e nello spirito, si era votato più che mai alle pratiche religiose e all’emanazione di capitolari dedicati a questioni dottrinali di particolare rilevanza: una svolta che sembrò poi segnare l’esperienza al governo di suo figlio Ludovico, detto appunto “il Pio”. Carlo percepiva la diffusione della corretta dottrina cristiana come un suo preciso dovere e un’alta responsabilità, finalizzata al controllo della rettitudine morale non solo degli ecclesiastici, ma dell’intero popolo franco.

All’inizio dell’811 il vecchio imperatore dettò il suo dettagliato testamento, che però era riferito solo alla divisione dei suoi beni mobili (un patrimonio comunque immenso), una parte rilevante dei quali, ulteriormente suddivisa in 21 parti, doveva essere devoluta in elemosina a determinate sedi arcivescovili. Si tratta di un documento che ricalcava le caratteristiche della “Divisio regnorum”, il testamento politico redatto nell’806 in cui Carlo, pur stabilendo precise disposizioni, lasciava però un certo margine per eventuali successive modifiche ed integrazioni. Il testamento prevedeva lasciti non solo per i figli (legittimi o no), ma anche per i nipoti, caso piuttosto infrequente nell’ordinamento giuridico franco. Il documento si conclude con l’elencazione dei nomi di ben trenta testimoni annoverati tra i più stretti amici e consiglieri dell’imperatore, che avrebbero dovuto garantire il rispetto e la corretta esecuzione di quelle volontà imperiali.

Quasi contemporanea alla stesura del testamento, durante l’annuale assemblea generale dei “grandi” ad Aquisgrana, è l’emissione di alcuni capitolari (seguiti da altri, su analoghi argomenti, emessi verso la fine dell’anno), dal cui contenuto emerge la consapevolezza di una crisi generalizzata dell’impero: crisi religiosa, morale, civile e sociale. In una forma abbastanza inconsueta (una raccolta di osservazioni fornite da personaggi di alto rango nei vari settori affrontati) Carlo sembra voler spendere le ultime energie per rimettere sulla retta via uno Stato che sembrava scricchiolare dall’interno, nonostante le istituzioni e le leggi che lo governavano e che avrebbero dovuto correttamente indirizzarlo: dalla corruzione dilagante tra i nobili, gli ecclesiastici e chi doveva amministrare la giustizia all’evasione fiscale, dalle reali motivazioni di chi sceglieva lo stato ecclesiale alla diserzione e renitenza alla leva (in un periodo, peraltro, pericolosamente minacciato dai Normanni). Si trattò di una specie di inchiesta che Carlo volle promuovere sui maggiori problemi dell’Impero, che però difficilmente portò a concreti risultati positivi.

Mentre sembrava che l’impero stesse fallendo per via della debolezza centrale e dell’arroganza dell’aristocrazia franca, Carlo morì il 28 gennaio dell’814, nel suo palazzo di Aquisgrana, nell’atrio della cui cattedrale venne immediatamente inumato. Secondo il biografo Eginardo, nell’iscrizione in latino sulla tomba di Carlo costui veniva definito “magnus”, aggettivo che poi entrò a far parte del suo nome.

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